mi pare opportuno informavi di quanto emerso nell'ultima
riunione con la parte pubblica, svolta il 27 luglio. Fra i vari argomenti
trattati, abbiamo posto la questione dei tempi
determinati e degli esternalizzati.
Sugli appalti di esternalizzazione, il Direttore
amministrativo ha confermato che non dovrebbero esserci riduzioni né per i
servizi di portierato né per quelli svolti nell'ambito bibliotecario.
Sui tempi determinati il discorso è più lungo e complesso.
In un primo tempo, la parte pubblica si è trincerata dietro
il discorso che i tempi determinati lavorano su singoli progetti di ricerca e
sono assunti per svolgere attività a questi legate.
Quindi finito il progetto, finito il contratto.
Abbiamo fatto presente che non è possibile affrontare in
questi termini il discorso. Sappiamo tutti che molti colleghi lavorano da anni
(decenni!) all'Università è che il progetto è solamente l'escamotage per
garantire loro di continuare a lavorare.
Per questo è necessario evitare il moltiplicarsi delle
graduatorie, garantire un pesante riconoscimento del servizio svolto negli
anni, dare certezze in materia di reclutamento.
Pare che alcune esigenze siano condivise anche dalla parte
pubblica.
Ovvero,Le mirabolanti avventure
dellaBaronessa di Munchhausen
La data di scadenza del mio contratto di avvicina e, come se
fino ad ora non lo avessi fatto, è tempo di darsi da fare: di guardarsi attorno, rinunciando un poco alla pompa che apparterrebbe alla noblesse oblige.
Ebbene, ho deciso che inizierò una ricerca a tappeto sul
territorio pisano per capire, in prima persona, cosa offre il mondo di oggi ad
una precaria, non più troppo giovane, ma laureata e qualificata.
Ho deciso di chiamare queste mie catàbasi che - per vostra gioia e brama di conoscenza - condividerò, Le avventure della
Baronessa di Munchhausen, in onore del Barone di Munchhausen dei racconti di
Rudolf Erich Raspe che, da bambina, adoravo.
Orbene, popolo di precari, vi vado a raccontare la prima
avventura dell’indomita, risoluta e, ovviamente, bella... - scopro con orrore che il maschilismo aristocratico mi ha privata del femminile di rampollo - ereditaria di Munchhausen
che, senza contratto e senza macchia, si batte contro il lutulento e
irriducibile golem del precariato.
DaLe avventure
della Baronessa di Munchhausen,PrecariaMente presenta:
I corsi professionalizzanti della Provincia di Pisa
Tra gli innumerevoli pregi della Baronessa di Munchhausenc’è sicuramente l’umiltà: nonostante il suo curriculum vitae possa vantare un
lungo e pedante elenco di esperienze formative, lauree e conferimenti di
qualifiche professionalizzanti, lei non pensa mai di sapere troppo - a guisa di Socrate - ed è così
che decide di partecipare alla selezione della Provincia di Pisa per un corso
di formazione in Gestione ed amministrazione del personale, realizzato
attraverso il partenariato tra il COPERNICO scarl e il Cescot Toscana Nord.
Il
bando dice:
“Il progetto è volto a sostenere l’innalzamento dei livelli
di qualificazione e professionalità mediante una strategia di apprendimento
permanente dì finalizzato all’inserimento lavorativo, volto ad ampliare, anche
attraverso incentivi, l’accesso e la permanenza degli individui nei percorsi di
apprendimento lungo l’arco di tutta la vita”.
Ora, se state leggendo pubblicamente quest'operetta assisi entro un salotto sofisticato ma mondano, il vostro tono dovrebbe emulare - per accrescere di pathos le parole seguenti - quello della voce narrante di Fantozzi. E così la baronessa decide di partecipare.
La scadenza del bando è il 26 giugno, la selezione per
l’ammissione il 24 luglio.
La selezione prevede, prima di tutto, un test a risposta
multipla per la verifica delle competenze informatiche, dopo il quale verrà
stilata una graduatoria di cui solo i primi 50 candidati accederanno al
colloquio orale.
La baronessa si accomoda nell’aula dove verrà effettuato il
colloquio: è curiosa e si guarda intorno, squadra le persone dalla testa i
piedi e - quale Michele Apicella del film Bianca di Nanni Moretti - cerca di
capire, dalla maglietta, dalla minigonna o dalle scarpe, che idea vorrebbero
dare di loro ai selezionatori. E che cosa penseranno, i popolani, della baronessa?
La baronessa supera brillantemente l’elementare - quasi
un’offesa alla sua nobile intelligenza - test di informatica ed ora non le
resta che attendere le 16 per il colloquio. Nella sala d’aspetto sbircia le
pubblicità delle altre offerte formative: fabbro, collaboratrice domestica,
corso in tassidermia. Perdincibacco, tassidermia?
Il colloquio è un tripudio di complimenti per la cultura, le
esperienze pregresse e gli studi della baronessa: addirittura, l’ardito
psicologo del lavoro, si lascia sfuggire un complimento per gli occhi
sorridenti ed espressivi della giovane pulzella che ormai si vede nel gruppo
dei 12 che saranno ammessi al corso di formazione. Addirittura, un altro ceffo si permette di dirle che il dialogo è, invero, alla pari e - dicendolo quasi costernato - vorrebbe evitarle l'esperienza di un corso da passare spalla a spalla con undici plebei.
E invece, ahimè, che delusione scoprire che la tanto grandemente
lodata preparazione della baronessa di Munchhausen, orgoglio e punto forte
delle sue avventure contro la lotta al precariato, è stato proprio ciò che
l’ha tradita: esclusa perché troppo qualificata! Oltre all’oltraggio anche
l’umiliazione pubblica: esima!
Vabbè, dov’è che ci si iscrive per la tassidermia?
Già da qualche giorno stavo rimuginando su quanto sia
umiliante essere laureato. Mi spiego meglio: girovagavo in rete e mi sono
soffermato a leggere il blogdi Francesca Coin su Il Fatto online, scoprendo che,
in passato, il consorzio Enfapi ha posto per le strade un manifesto che rappresentava
il destino che, secondo qualche stratega della comunicazione, sarebbe dovuto
spettare ad un giovane laureato e ad un giovane professionista sprovvisto di
eguale titolo di studio. Il primo è chiaramente – per usare un termine tanto
caro alla retorica politica di questo periodo – uno sfigato, il secondo invece
trasuda una paccata – idem – di charme.
L’Enfapi è finanziato dalla Regione Lombardia, la stessa
regione che ha la sua parte politica, almeno per un numero cospicuo di
esponenti, puntigliosamente annotata nei taccuini della magistratura e in cui
era stato eletto Renzo Bossi, chiamato da suo padre la trota in luogo di
delfino. Il giovanotto ricciuto, resosi famoso per la sua non brillantissima
carriera scolastica – dobbiamo ai greci la definizione di eufemismo – e per
alcune sfortunate apparizioni video - nelle
quali, rispettivamente, cerca di articolare il sostantivo pluralismo, inventa
il verbo proséguere e, ospite da Daria
Bignardi, si mostra incapace di elencare tre valori a cui ispirare la propria
carriera politica - ha tentato in maniera moralmente fraudolenta – ovvero, attraverso
il denaro e i contatti privilegiati di un partito chiaramente ispirato dalla
lezione mafiosa – di conseguire la laurea in Albania. E qui ho avuto la seconda
epifania: il laureato è sfigato ma – eccezione! – solo se non è in possesso
delle giuste referenze – volevo dire raccomandazioni; in questo caso la laurea
è semmai necessaria giustificazione del proprio approdo.
Lo devono aver saputo bene Luca Luciani, manager rinviato a
giudizio per l’inchiesta sulle sim false Telecom e la turma di bocconiani che
dirige attualmente il paese. Il primo, laureatosi all’università privata LUISS,
ha raggiunto la fama per aver presentato Napoleone, una volta chiamato pure
Napoletone, quale vincitore della battaglia di Waterloo, durante un discorso motivazionale tenuto ad agenti TIM, creando, in questo modo, un danno
all’immagine aziendale – del quale ha dovuto scusarsi con tutti i dipendenti -
e dubbi intorno ai requisiti con cui si selezionano i dirigenti in Telecom. Anzi,
certezze: sicuramente tra i parametri analizzati dall’ufficio risorse umane
sono escluse le nozioni storiche apprese alle elementari.
I secondi, presentatisi con la sicumera dei presuntuosi -
nonostante la loro cultura istituzionalizzata sia stata acquistata alla
Bocconi, altra università privata - stanno cambiando il paese accentuando le
diseguaglianze economiche – invece che lenirle – e, di conseguenza, affossando
i consumi e rendendo sempre meno credibile l’economia italiana agli occhi del
mercato finanziario e degli investitori. E non voglio neppure addentrarmi nella
questione degli esodati o dell’articolo 18.
Ma quelli che si son laureati all’università pubblica e che
non godono di raccomandazioni fanno così schifo? Vista la situazione delle
aziende e dello Stato non sarebbe l’ora di farci un pensierino? Lo dico perché
ormai i neo laureati presso atenei pubblici non accampano più alcuna pretesa contrattuale,
sono umili e pronti all’umiliazione – dicasi call center – quindi sarebbe un
investimento a basso costo. Senza contare che non sono degli appestati ma, anzi,
delle risorse, dato che possono mettere le conoscenze acquisite con l’impegno – e
non comprate coi soldi – a disposizione delle aziende e della cosa pubblica.
Nelle navigazioni on-line alla ricerca di più o meno
interessanti offerte di lavoro, credo che sia capitato a tutti noi disillusi
cercatori d’oro di imbatterci nel portale ministeriale per chi cerca e offre lavoro
su internet: Cliclavoro.
Qual’ è la sua particolarità? Ebbene il servizio è
finanziato da noi contribuenti e, secondo quanto indicato in un articolo de Il Fatto Quotidiano del 25/06/2012, solo la parte di sviluppo e conduzione della
piattaforma richiede 1,6 milioni di euro più iva a cui vanno aggiunti i costi
di sette persone che lavorano a tempo pieno al servizio. Tale cifra ci sembra
oltremodo spropositata, soprattutto se consideriamo la quantità di altri siti
che svolgono tale servizio gratuitamente per l’utente e la quantità delle
persone che accedono e usufruiscono dei servizi di Cliclavoro.
Ma stamani voglio essere ottimista e pensare che se
l’attuale governo, in questi giorni seriamente impegnato nell’operazione di
spending review, decide di mantenere in vita Cliclavoro, un motivo ci deve pur
essere.
Sarà forse perché Cliclavoro offre al demoralizzato e senza
più speranze lavoratore precario importanti suggerimenti come quelli
dell’articolo quattro consigli per svolgere un’attività che non vi piace?
Vediamoli nel dettaglio:
1. Mirate in alto. Se le
persone si aspettano il meglio da voi da un’attività che non riesce a piacervi,
allora abbattete i “pilastri della mediocrità”. Trovate l’ispirazione
nell’autodisciplina e cercate la perfezione in tutto ciò che fate, perché lo
sforzo che vi porta all’eccellenza a volte prende il via proprio dal fatto che
si porta a compimento un’attività noiosa e frustrante.
Dopo essere stata invasa da un’ondata di esaltazione
leggendo che bisogna cercare di abbattere i pilastri della mediocrità, in cui
mi vedevo già ruotare su me stessa per ritrovarmi nei panni di una Wonder Woman
pronta a combattere contro le raccomandazione e i fannulloni, ecco che la mia
eroina volante viene abbattuta da una serie di vuoti paroloni tirati a caso:
autodisciplina, perfezione, eccellenza e mi chiedo: ma chi ha scritto questa
articolo a cosa stava mirando?
2. Trovate buoni motivi.
Ammettiamolo, quanto si è costretti a svolgere attività lavorative poco
gradevoli si tende sempre a ritardarle o a fare in modo di evitarle o non
portarle a compimento, magari inventando delle scuse. Trovate, invece, sempre
un buon motivo per intraprendere l’attività, pensando di concedervi un “premio
finale” (una piccola pausa, un caffè) una volta che l’avrete portato a
compimenti.
Una piccola pausa? Un caffè? A parte il fatto che questo
consiglio stride violentemente con l’ultima riforma della pubblica amministrazione
(n.d.r. Riforma Brunetta) ma stiamo parlando di lavoro o del decalogo del buon
scolaretto, decisamente poco educativo, di una scuola materna?
3. Trovate il tempo.
Quando fate cose che non vi piacciono è facile distrarsi oppure iniziare
l’attività o proseguirla in modo non costante, frammentato e distratto,
perdendo tempo e sprecando concentrazione. Se non avete delle rigide scadenze
per i tempi di consegna, è preferibile utilizzare gli ultimi minuti o le ultime
ore della vostra giornata lavorativa per i lavori poco piacevoli: uno sprint
finale prima di andare a casa.
Con questo terzo consiglio non sono proprio d’accordo: ma
vogliamo perderci la bellezza, per chi può, di distrarsi e perdersi nei propri
pensieri? In un romanzo di Amélie NothombStupori e tremori, la protagonista,
un giovane donna francese che lavora in una grossa multinazionale giapponese,
racconta di fuggire dall’angusto luogo di lavoro concedendosi degli “esercizi
di defenestrazione”, che, sostanzialmente, consistono nel guardare fuori dalla
finestra e perdersi nei proprio pensieri. Mi dispiace, ma io non rinuncio ai
miei meritati “esercizi di defenestrazione” .
4. Focalizzare l’attenzione sul prossimo passo da fare. Indipendentemente da quanto sia noioso,
ogni progetto, piccolo o grande che sia, vi condurrà sempre a una fase
successiva. E il prossimo passo potrebbe essere un nuovo sbocco per obiettivi
più grandi o progetti più ambiziosi. A volte, concentrarsi su qualcosa di più
appagante aiuta a svolgere più facilmente e serenamente le attività tutt’altro
che gratificanti.
Vabbè, come ho detto voglio essere ottimista e penso di
concludere con un happy end, così ho deciso di considerare questo ultimo
consiglio come un augurio per tutti noi che viviamo una situazione di
precariato lavorativo: un buon auspicio per il futuro che verrà. Ma,
soprattutto, spero che sia un augurio per il povero redattore di questo
articolo che, costretto a scrivere un pezzo in cui non ha creduto fin dalla
prima parola, possa impegnarsi in qualcosa di meno banale, ipocrita e più utile
per chi, magari tutte le mattine, si rivolge ai portali sul lavoro con la
speranza che, una volta tanto, possa trovare quell’occasione che gli permetterà
di dare una svolta alla sua vita.
La Nestlèha sempre suscitato in me dei profondi contrasti interiori.
Da una parte, le numerose critiche alla politica commerciale della più grande azienda del settore alimentare - ultima la condanna, insieme alla Tetrapack, per l’inquinamento del latte Nidina con Itx - che hanno sempre sollecitato l' idealista che è in me facendomi aderire alle svariate campagne di boicottaggio. Dall’altra, il Nesquik, il gelato fior di latte senza glutine, gli Smarties, il Galak, per non parlare di tutte quelle golosità cioccolatose e iper-caloriche della Perugina, mettono a dura prova la mia etica di consumatore consapevole.
Ma anche a un’inguaribile cioccolato-dipendente come me viene voglia di urlare di nuovo al boicottaggio quando sente la proposta che la multinazionale ha avanzato ai dipendenti della Perugina: ridurre il proprio orario di lavoro da 40 a 30 ore settimanali in cambio dell’assunzione di un figlio con contratto flessibile. L’azienda ha definito questa proposta un “patto generazionale per favorire l’occupazione giovanile". La Cgil, sindacato di maggioranza nella fabbrica di cioccolato, risponde che “La proposta di Nestlè di barattare i diritti del lavoratori dello stabilimento Perugina di San Sisto, acquistati negli anni, con una prospettiva di lavoro, comunque flessibile, per i figli, è assolutamente inaccettabile oltre che impraticabile (…) prima di tutto perché non risolverebbe né i problemi occupazionali, né quelli della fabbrica”. Come da copione, gli errori di anni di cattivo management vanno a cadere sulle spalle dei dipendenti: con il meccanismo proposto dall’azienda, gli attuali operai si vedrebbero ridurre il salario di una quota che potrebbe arrivare al 40%, mentre lo stipendio di un nuovo assunto part-time non gli permetterebbe mai di rendersi autonomo.
Avete presente gli Umpa Lumpa del filmLa fabbrica di cioccolato?
Willy Wonka, padrone di una grandissima fabbrica di cioccolato, trovò gli Umpa Lumpa ad Oompalandia, una regione di Oompa, una piccola isola situata nell’Oceano Pacifico. Gli Umpa Lumpa vanno pazzi per il cacao ma, sfortunatamente, nella loro terra riescono a trovarne solo un seme, tre massimo, all’anno. Così Willy Wonka offre loro di lavorare nella sua fabbrica dove potranno gustare cacao in abbondanza e gli Umpa Lumpa, felici dell’offerta, diventeranno lavoratori fedeli e operosissimi! Che dire, ormai i lavoratori sono considerati alla stregua di esotici omuncoli immaginari: presi per la gola da un inconsistente e precaria assunzione per un figlio e riconoscenti al buon padrone che ti tiene ancora al lavoro e ti permette di portare a casa il pane... ma senza cioccolato, perché quello se va nella riduzione!
Chissà quando incominceranno a chiedere di fare qualche balletto:
A seguito della decisione di ignorare le richiesta delle RSU dell'Università di Pisa, che chiedeva il ritiro di un bando di concorso per la formazione di una graduatoria per l'assunzione a tempo determinato e/o indeterminato di personale di categoria EP area amministrativo-gestionale, pubblicato sul sito dell'Ateneo il 7 aprile 2012 (vigilia di Pasqua), il Segretario Nazionale FLC-Cgil, Domenico Pantaleo, ha presentato un esposto alla Procura della Corte dei Conti in cui chiede che "siano verificate le modalità di reclutamento utilizzate dall'Università che, secondo il nostro parere, sono in contrasto con la normativa in vigore, e con quanto stabilito dalla legge in merito alla trasparenza nelle pubbliche amministrazioni".
Daniela Fabbrini, segretario generale della FLC-Cgil di Pisa afferma: "l'esposto intende compiere il primo passo pratico per ripristinare chiarezza e trasparenza nelle procedure di reclutamento al fine di tutelare gli interessi dei lavoratori, specialmente precari che rischiano di sopportare il peso delle decisioni dell'Università di Pisa".
Ma quante volte vi siete sentiti porgere la fastidiosa e
sempre inopportuna domanda “Ma quando ti decidi a fare un figliolo?”.
L’ultima volta mi è capitata qualche giorno fa sull’autobus
mentre tornavo dal lavoro: una gentile anziana signora, con cui non ho una
confidenza tale da esporle i progetti per il mio precario futuro, seduta sul
seggiolino dietro il mio, mossa non so da qualche spinta di malsana e sgradita
curiosità, assale il timpano del mio orecchio con la fastidiosa domanda “Ma
quando ti decidi a fare un figliolo?”
Ed ecco che sento tutti gli occhi dei passeggeri, fino ad allora
mollemente abbandonati al traballante incedere dell’autobus, rivolti verso di me
con sguardo interrogativo. Io balbetto qualcosa sulla crisi, sul mio lavoro, mi
giustifico ben sapendo che non sono assolutamente tenuta a dare alcuna spiegazione
e vado nel panico. E così la gentile anziana signora mi interrompe: “Voi
giovani non siete mai contenti, vi manca sempre qualcosa e avete troppe pretese”.
Fortuna, o sfortuna, che sono una persona educata, non mi piace essere
offensiva e sono pacifista, eppure in quel momento avevo una voglia
incontenibile di sbattere il libro che avevo in mano sul naso impiccione della
gentile anziana signora, di accompagnare il gesto con uno sproloquio di
aggettivi sprezzanti e di mandare tutti gli altri passeggeri a quel paese. E
fortuna che ero avvolta dalle sorridenti e magiche pagine di Dona Flor e i suoi mariti e che ho
preferito ignorare tutti e dedicarmi alle vicende esoteriche di Flor e Vadinho.
Ecco quello che avrei voluto dire all’anziana gentile
signora: è vero, oggi noi giovani non siamo mai contenti perché non possiamo
più esserlo di uno Stato che chiede sempre maggiori sacrifici e offre sempre
meno. Ci manca sempre qualcosa perché ci manca il lavoro, i mezzi di
sostentamento per appropriarsi della propria indipendenza e del proprio
futuro e, ormai, ci vengono
letteralmente negati (non ci possiamo certo dimenticare dell’infelice frase
dell’attuale Ministro del Lavoro Elsa Fornero “Il lavoro non è un diritto”)
anche i diritti fondamentali della nostra Costituzione. E se volere un lavoro
fisso e un contratto che tuteli la maternità, voler poter scegliere di
trascorrere con i propri figli almeno i loro primi mesi di vita e scegliere per
loro quella che si ritiene sia l’educazione più opportuna è chiedere troppo, allora,
è vero, i giovani hanno tantissime pretese e, almeno per quanto mi riguarda,
non sono intenzionata a soprassedere nemmeno una.
La sociologa Chiara Saraceno, in un’intervista rilasciata a
l’Unità, analizzando il rapporto Istat 2011 sulla povertà in Italia afferma:
“La famiglia, grande ammortizzatore sociale nel nostro Paese, non ce la fa più
a reggere il peso, i redditi modesti diventano sempre più vulnerabili e a
vederla in prospettiva la situazione non sta affatto migliorando”. E continua
dicendo che con il lavoro che va sempre diminuendo, per i giovani, è sempre più
difficile riuscire ad essere indipendenti e a lasciare la casa dei genitori,
mentre, con i servizi che vanno sempre più riducendosi, le donne sono sempre
più costrette a rimanere a casa per dedicarsi al lavoro di cura. Alla domanda:
“Una situazione sociale che si fa insostenibile: come arginarla?”, Saraceno risponde
di essere molto perplessa quando tutta la spesa sociale viene considerata
improduttiva e crede che anche l’istruzione e i servizi, intesi come
infrastrutture sociali, dovrebbero essere considerati nel capitolo
investimenti.
Vorrei che i nostri genitori e i nostri nonni non dicessero che
i giovani “non fanno più figli”, parlando con l’aria di chi ha avuto il
coraggio di fare un passo importante e responsabile a chi, impavido e egoista,
preferisce pensare solo al proprio benessere. Oggi i giovani, anche quelli che
magari un figlio lo vorrebbero, sono stati costretti a scegliere,
responsabilmente, di non aver figli perché, prima, devono riconquistare quei
diritti e garantirsi quei servizi senza cui è impensabile pensare di costruirsi
una vita e una famiglia.